
“Vi auguro di non fare questo lavoro, studiate, sposatevi e fate figli. Lasciate che questo lavoro lo faccia vostro marito o qualcun altro”.
Se avessi dovuto descrivere in poche parole quanto di più distante c’era nella mia visione di vita, beh, questa sarebbe stata senz’altro la sintesi perfetta.
Ebbene, questa è la frase che mio padre ripeteva con maggiore costanza a noi, le sue tre figlie.
Io sono Marta Concas e questo è Bucòlica storie demitizzate di vita campestre, il podcast di Riserva®.
Ma cosa c’è di così terribile nell’augurare alle proprie figlie una vita di questo tipo?
Assolutamente niente, se fosse frutto di una scelta libera.
I problemi, infatti, iniziano quando i genitori proiettano sui figli il loro carico di rimorsi, aspettative, traumi e ferite mai affrontate ignorando, più o meno consapevolmente, che i figli sono letteralmente altro da loro.
Mio padre è un uomo bianco, cisgender, eterosessuale quindi detentore di tutti i privilegi e stereotipi che la società patriarcale ha costruito nel tempo forgiando una ben precisa cultura sociale.
Il risultato di questa cultura è formare persone maschiliste.
Dico persone, e non uomini, perché è importante ricordare, come diceva Michela Murgia, che il maschilismo non è una questione legata al genere. Molte donne praticano e tramandano il maschilismo ogni volta che dicono ad esempio, tra il serio e il faceto, di voler sposare un uomo ricco per farsi mantenere e non dover lavorare oppure quando le persone dicono “eh si sa che le donne non vanno d’accordo tra di loro”. Io voglio ricordare a queste persone la sorellanza, il supporto reciproco, di vicinanza e condivisione che noi donne abbiamo eccome!
Quello che manca alle persone, come spesso accade, è la consapevolezza. La consapevolezza di aver interiorizzato un “programma, un software” di norme sociali che hanno radici antiche e che sono state costruite partendo da un unico principio fondamentale: la donna è inferiore all’uomo. Questo software lo chiamo Maleware, cioè un software dannoso che agisce contro l’interesse delle donne e a beneficio esclusivo degli uomini. Ciò che è importante è avere la contezza che tutti siamo immersi in questo “brodo culturale”, tutti siamo programmati con il Maleware. Acquisire questa consapevolezza determina la possibilità di lavorare su sé stessi facendo un percorso finalizzato sia a disinstallare questo programma dal proprio sistema operativo sia ad evitare che gli adulti lo installino nei bambini.
Quando mio padre pronunciava quella frase ero adolescente. Io rivendicavo la mia libertà di scelta senza dover aderire ai dettami culturali e senza che questo mi facesse sentire sbagliata. Io volevo gestire l’azienda, punto, e né lui né nessun’altra persona mi doveva dire cosa potevo o non potevo fare. Come potete capire la ribellione è un mio tratto caratteriale dominante!
Perché non poteva essere così se era stato proprio lui a trasmettermi fin da piccolissima anche la passione per quel lavoro? Perché doveva essere un maschio a farlo? E perché era meglio un maschio qualunque rispetto alla propria figlia femmina?
Ecco queste domande ricevevano una ed una sola risposta lapidaria: “perché tu sei femmina!”.
Per me questa frase era come il drappo rosso dei toreri sventolato davanti agli occhi del toro. La mia rabbia era dirompente per due motivi: il primo perché ero effettivamente femmina e questo mi stava pure bene, il secondo perché non potevo cambiare mio padre.
In sostanza non potevo cambiare la situazione, dovevo accettarla.
Come ho detto prima, è stato proprio lui a trasmettermi anche la passione per l’agricoltura, e dico anche perché, in modo totalmente inconsapevole, mi ha trasmesso qualcosa con il quale si sarebbe scontrato dalla mia adolescenza in avanti: l’anima da femminista.
Ma come diavolo è stato possibile? Vi chiederete. Avete presente Harry Potter e l’horcrux di Voldemort? Ecco credo sia successa una cosa simile.
Da piccolissima e fino alla mia adolescenza, io e mio padre abbiamo condiviso tanto tempo insieme durante il quale mi ha lasciata libera di decidere, di scegliere; cose piccole s’intende, ma che mi hanno fatto assaporare il potere, il potere detenuto e agito dai maschi. In pratica mi ha cresciuta come un figlio maschio. Il primo potere che ho potuto usare? La libertà di poter desiderare.
Ebbene sì, se le bambine vengono educate ad essere desiderate, quindi ad essere l’oggetto del desiderio e volere degli altri, io potevo desiderare quindi volere quello che a me stava bene. E quando vuoi una cosa le vie per ottenerla sono due, o hai l’autonomia per andartela a prendere oppure impari a chiedere, coinvolgere, anche negoziare se necessario.
Avevo tre, quattro anni ed evidentemente l’unica opzione a mia disposizione era chiedere; quindi, un giorno chiesi a mio padre “posso venire con te in campagna?”.
Mi ricordo perfettamente questo momento, mio padre mi sorrise, guardò mia mamma per cercare il suo consenso, che ci fu, e mi disse “va bene però ci serve il capello perché il sole è forte”.
Era così felice di portarmi con lui, credo perché il lavoro dell’imprenditore agricolo è un lavoro spesso solitario. A mia mamma poi non sembrava vero di badare ad una figlia in meno. Insomma, da milanese imbruttita ante litteram, avevo trovato la soluzione win-win 😂.
E io? Cosa c’era dietro questa richiesta?
Ho riflettuto a lungo, ho cercato da adulta di capire profondamente questa fase della mia vita e ho trovato molte risposte nel libro, che vi consiglio di leggere, di Elena Gianini Belotti dal titolo “dalla parte delle bambine”.
Questo libro lo definisco un manuale monumentale. Se volete capire chi siete e da dove arrivano i vostri modi di pensare e di percepirvi, ecco, questo è il libro che vi restituirà quella consapevolezza che cercavate. E si sa, la consapevolezza è il primo passo per agire i cambiamenti che vogliamo nella nostra vita.
Quando ero neonata, mia mamma mi raccontava spesso, che solo ed esclusivamente lei poteva prendermi in braccio. Quando mio padre provava a prendermi in braccio, io piangevo con una forza tale che lui, e tutti gli altri, rinunciavano immediatamente nell’impresa.
È chiaro, già dalle primissime fasi di vita riuscivo a far rispettare i miei confini, li difendevo con tutto il fiato che avevo, letteralmente. Iniziavo ad oppormi alla volontà degli adulti ma del resto, già prima che nascessi, avevo spoilerato il mio temperamento.
Mia mamma mi raccontava che, quando era incinta, ero come un’anguilla talmente mi muovevo e calciavo, giorno e notte, e lo diceva con un’espressione facciale tale, un misto di sofferenza e arrendevolezza, come se stesse rivivendo quella sensazione in quel preciso istante. Insomma, avevo mandato dei chiari messaggi preliminari, quindi di cosa si stavano stupendo?!
Il punto qui è che io non volevo che mio padre mi prendesse in braccio semplicemente perché non lo vedevo mai, era sempre a lavoro quindi, di fatto, per me era un estraneo, esattamente come tutti gli altri che venivano a vedermi e che provavano a prendermi in braccio.
Come ho appreso nel libro di Belotti, nella fase di vita infantile iniziano due processi psicologici complementari, l’imitazione e l’identificazione delle persone con le quali si è più a contatto.
Ecco, per me questa persona è stata mia mamma, una donna che oggi definisco equilibrata, complice soprattutto dall’adolescenza in avanti, sempre supportiva e amorevole, solare e libera, con un sorriso così luminoso che le brillavano anche gli occhi, grandi e castano scuri.
Lei è stata la persona con la quale sono stata più a contatto in questa prima fase di vita fondamentale, lei è stata il modello che ha forgiato visceralmente la persona che sono. Grazie mamma ❤️!
Successivamente, nel processo di sviluppo, entrano in gioco altri modelli, altre persone e infatti avevo capito che quell’altra persona, mio padre, che vedevo a cena e che interagiva con me, era parte della famiglia.
Credo quindi di essermi incuriosita: perché tornava a casa con tante cose colorate, la frutta e la verdura, me le faceva assaggiare e poi mi chiedeva curioso e impaziente “ti piace?”. Quando capiva che sì, mi piaceva, rideva felice e me ne dava ancora.
Ecco, credo che sia nata qui quella richiesta di voler trascorrere più tempo con lui e, visto che non poteva stare a casa con me, avevo deciso che allora sarei andata io con lui. Quello che volevo era vedere dove fossero tutte quelle cose colorate e buone che mi faceva assaggiare, volevo vedere cosa c’era nel mondo di mio padre.
Da queste premesse inizia la mia relazione con la campagna, qui l’Horcrux che mio padre ha nascosto dentro di me, ed è quindi da qui che inizia Bucòlica, storie demitizzate di vita campestre.
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